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[Requiem] Capitolo 3

La scuola, i compiti in classe, gli amici, l’armadietto nel quale riporre i propri oggetti personali, i libri, le offese, Karen Wilson. Erano queste le cose intorno alle quali girava il mondo di Luis. Cose semplici. Cose da bambini. Rese belle da una A presa al test di matematica (di solito se otteneva una misera C festeggiava per una settimana intera) oppure, ma questo era il sogno in cui amava crogiolarsi la domenica, un sorriso tutto per sé dalla ragazzina che gli aveva fatto letteralmente girare la testa.

Secondo i suoi calcoli quella sarebbe dovuta essere una normalissima mattinata scolastica, scandita dalla totale assenza di paurose interrogazioni e dalla flemmatica voce del professor Hardford. O almeno era la vacua certezza che lo accompagnò fino all’interno della classe. Un pensiero durato il tempo di avvicinarsi al banco, sedersi e tirare fuori dallo zaino, rattoppato qua e là, il libro di storia americana.

«Bubblegum ci ha sfidati!»

Il silenzio che seguì all’affermazione di James fu dovuto, senza dubbio, alla convinzione di Luis di non poter essere il destinatario di quelle parole. Ogni angolo dell’istituto conosceva la sua rinomata incapacità sportiva e nelle rare occasioni in cui aveva deciso di dare sfoggio della sua goffaggine, era finita molto peggio di quanto si fosse lontanamente immaginato. Cadute, inciampi vari, rotolamenti a terra, sedere sbattuto chissà dove, risa divertite dei compagni. Un disastro. Non gli veniva in mente nessun altro vocabolo che potesse descriverlo nella maniera più appropriata.

Persino Fernandez, famoso per la sua incredibile cocciutaggine, aveva gettato la spugna. Suo figlio non sarebbe mai diventato la punta di diamante dei New York Yankees.

«Scrollo ma hai capito quello che ti ho detto oppure te lo devo scrivere?»

La scioccante consapevolezza di essere l’interlocutore, gli fece desiderare l’epica solitudine degli eroi. Alla fine, rassegnato all’idea che un «no» come risposta non sarebbe stato sufficiente, sospirò. Di sicuro (e accadeva regolarmente), Hutton, avrebbe usato la faccenda del legame che li univa, che i fratelli si dovevano aiutare e che se l’avesse abbandonato nelle braccia, ben poco rassicuranti, di quei teppisti, non lo avrebbe mai perdonato. Neanche tra un triliardo di anni. I suoi amici sapevano essere davvero sadici alle volte.

«Com’è possibile che c’abbiano sfidati? Anzi, che ti abbiano sfidato dalla sera alla mattina?»

Lo osservò in attesa.

«E che ne so io? Lo sai quanto sono pezzenti!»

Gesticolò con ampi cenni, delineando nel giro di pochi minuti la verità dei fatti, fino allora taciuta.

«Mi sfottevano perché avevo la maglietta bucata. Così gli dico, va di moda e quelli scoppiano a ridere»

L’espressione del viso si rabbuiò.

«Non ci ho visto più»

Abbassò lo sguardo mentre le dita si stringevano rabbiose.

«Volevo prenderli a pugni ma siccome ci avrei rimesso gli ho detto che li avrei aspettati al campetto stasera alle sei. Dopo la scuola»

«Vuoi che giochiamo a basket?»

Il piccolo De Cordoba spalancò gli occhi sconcertato. Detestava quello sport! Era troppo basso per fare canestro e troppo lento per correre. Il prototipo dell’anti-giocatore.

«O dai Scrollo! Li possiamo battere! A segnare i punti ci pensiamo io e Mark, tu farai azione di disturbo!»

«È…è…una pazzia! E magari ora mi vieni a dire che se perdiamo dobbiamo pure pagare penitenza!»

«Veramente sì»

Alla realizzazione del suo incubo peggiore si coprì con entrambe le mani il volto. E scuotendo piano la testa iniziò a ripetere «perché proprio io. Perché proprio io. Perché proprio io». Quindi, accettò, suo malgrado.

 

La prima volta che erano stati al campo, Fernandez aveva ripulito il vecchio canestro, restituendogli uno splendore forse mai avuto. Desiderava farlo diventare il luogo di ritrovo dei tre ragazzini, un posto dove potersi rifugiare se le cose andavano male o la vita gli stava stretta, per un solo motivo: era ubicato nel retro del negozio e questo gli permetteva di controllarli. Se stavano insieme nessuno poteva tornare a casa non accompagnato dopo il tramonto del sole e di conseguenza nel periodo invernale, quando le ore di luce erano troppo brevi per godersele al di fuori dell’orario scolastico, aspettavano la chiusura della drogheria seduti a terra accanto al bancone oppure girovagando qua e là tra gli scaffali, fingendo di essere persone molto importanti. Cowboy, vampiri, supereroi, spadaccini.

Lo spiazzale di cemento esibiva con orgoglio i disegni fatti col gesso dai bambini, mentre in fondo, una parete bianca, mostrava orgogliosa un maestoso murales raffigurante New York con un arcobaleno che l’attraversava tutta quanta. Vista così, la città, acquisiva un aspetto inaspettatamente rassicurante e benevolo.

Il primo a presentarsi all’appuntamento fu James. Luis era dovuto andare a cambiarsi maglione. Non voleva assolutamente che si sgualcisse o peggio si strappasse. Manuela glielo aveva appena comprato.

Mani infilate nella giacca a vento più grande di una taglia, sguardo assorto e meditabondo, piedi puntati a terra, Jamie osservava la “torre” dove tra poco meno di mezz’ora avrebbe dovuto tentare di infilare più palloni possibili. Se avessero perso la sfida l’indomani li aspettava un’umiliante entrata a scuola al seguito di Bubblegum che sarebbe stato il loro “signore” per un’intera settimana.

Quando il resto della truppa aveva saputo cosa rischiava, Mark non aveva battuto ciglio sicuro di vincere com’era, mentre Scrollo aveva imprecato per circa cinque minuti sull’assoluta mancanza di sanità mentale da parte degli amici. E come biasimarlo dopotutto? Essere visto nella parte dello schiavo da Karen avrebbe decretato la fine  della microscopica possibilità di conquistarla. Ma loro ce l’avrebbero fatta. Dovevano.

Riempì d’aria i polmoni assaporando l’odore dell’inverno ormai arrivato. Poi, voltandosi indietro, sorrise nello scorgere in lontananza la slanciata figura di Twain avvicinarsi. Indossava il cappellino a visiera autografato da Don Mattingly, campione degli Yankees (suo autentico tesoro), perché era convinto gli portasse fortuna e un cappotto nero di lana.

«Sei arrivato»

«Sì. Ho ritardato perché il grassone mi è venuto dietro per tre isolati»

Tirò fuori dalla tasca una mela. La pulì strofinandosela sul braccio e la morse.

«È incredibile come la gente sia attaccata alle cose. Quello finirà senza dubbio all’Inferno tra altri obesi»

«L’hai rubata di nuovo al signor Pearson?»

Il ragazzino, in risposta, si limitò ad alzare le spalle. Fregare quell’uomo era diventato da qualche mese, il suo sport preferito. Gli altri fruttivendoli erano troppo giovani e veloci per essere messi nel sacco e lui non poteva certo permettersi di essere acciuffato.

«Scrollo?»

«Deve ancora arrivare»

«Sarà andato a pregare Dio di farlo restar vivo per tutta la partita?!»

Rise divertito. Riusciva a immaginarselo in ginocchio davanti al letto, tutto rannicchiato, mentre supplicava di non fare brutta figura.

«E dai Oz…lo sai che è negato in queste cose»

“Oz” era il nomignolo attribuito a Mark dalla combriccola. La sua decantata abilità a far “sparire le cose” aveva stimolato l’accesa fantasia di De Cordoba che stabilì di assomigliarlo al fantomatico Mago di Oz.

«Ragazzi!»

L’arrivo del terzo ed ultimo membro della squadra interruppe bruscamente il discorso ed entrambi i ragazzi si voltarono nella sua direzione.

A trovarselo di fronte nella classica tenuta sportiva corredata da un bizzarro berretto che gli arrivava fin sopra le orecchie (Manuela pensava che tenerle coperte fosse un ottimo rimedio contro eventuali otiti) assunsero un’espressione accigliata.

«È una partita di basket oppure una gita sulla neve?»

«Dovrei ridere Mark?»

Luis non aveva molta voglia di scherzare. Era troppo preoccupato per lasciarsi andare a risate serene e senza pensieri. Trasse una serie di respiri profondi e poi sfilandosi il pesante giaccone di velluto si guardò intorno alla ricerca di un posto dove lasciarlo. Alla fine, non trovando nessun altra alternativa, lo abbandonò in un angolo del cortile. I compagni fecero lo stesso. Ormai mancava poco all’appuntamento. Solo pochi minuti e il canestro avrebbe iniziato a vibrare.

 

Simon Davis, meglio conosciuto come Bubblegum, arrivò alle sei e cinque scortato dalla sua banda di piccoli delinquenti. Masticava, come il resto dei trecentosessantacinque giorni dell’anno (fatta eccezione per le pause pranzo), un chewing gum al gusto di fragola. Mangiare gomme era in assoluto la pratica che più gli dava soddisfazione. Una sorta di “valium” nei momenti di maggiore stress e di “cibo degli dei” quando si crogiolava sul letto ad osservare i piccoli movimenti del ragno stabilitosi esattamente sul suo lampadario. Gli aveva persino dato un nome: Nero.

Fermo a poca distanza da James lo fissò con aria strafottente, sicuro che alla fine di quel gelido pomeriggio avrebbe gustato il sapore di una vittoria praticamente scontata e in parte già decisa. Hutton, senza tirarsi indietro, ricambiò l’occhiata, condendola di una buona dose di rabbia. Non gli avrebbe mai permesso di batterlo. Fosse stata anche l’ultima cosa che faceva.

«Allora pivelli, siete pronti o avete bisogno di bere una camomilla?»

Arcuò le labbra in un sorriso beffardo.

«Alle volte la paura fa brutti scherzi»

«Non abbiamo paura di te grassone!»

La voce cristallina di Luis si levò nell’aria decisa e sufficientemente irosa.

«Se pensi che ci faremo fregare da te o da qualsiasi altro dei tuoi leccapiedi ti sbagli di grosso!»

Lo indicò con il dito indice.

«Perché noi ti daremo del filo da torcere! È garantito!»

Oz lo osservò con aria interrogativa. Vedere il ragazzino spagnolo in quell’inconsueto atteggiamento di “onnipotenza” lo lasciava alquanto interdetto. Forse, nel tragitto da casa al campo, qualcuno gli aveva insegnato le cinque regole fondamentali per non mostrare di avere fifa, quando in realtà se ne ha per un anno intero?

Bubblegum rispose all’arroganza dei nemici con una scrollata di spalle e in un mugugno adirato ordinò ai suoi compagni di prepararsi allo scontro. Era già fin troppo stanco di martoriarsi le orecchie con quel treno di stupidaggini gratuite. La sua superiorità era evidente.

Dalton ed Henry gettarono a terra le giacche imbottite. Poi, obbedendo all’imperativo del capo, si disposero al suo fianco, mentre il resto dei membri sedette ai lati del rettangolo. Contemporaneamente Luis, James e Mark avanzarono al centro. Tesi e nervosi, a discapito delle apparenze, potevano nitidamente ascoltare il battito accelerato dei loro cuori, la testa scoppiare dall’emozione e le dita fremere.

Era arrivato il momento.

La palla fu lanciata in aria da un esterno e nel giro di un attimo, Hutton, saltando di diversi centimetri la colpì, spedendola dritta tra le mani di Twain che, rapido nei movimenti, riuscì ad evitare la serrata marcatura di Henry filando direttamente sotto canestro. I primi due punti erano stati fatti.

«Grande!»

De Cordoba saltellò euforico. Non gli sembrava possibile di essere in vantaggio. Erano trascorsi solo pochi minuti dall’inizio della partita, è vero, ma suo padre gli ripeteva sempre che «chi ben comincia è a metà dell’opera». E lui ascoltava sempre i consigli di Fernandez. Ovviamente quando incontravano il suo punto di vista.

La sfera marroncino scuro gli balzò davanti spiazzandolo. Si era distratto e notando l’arrivo di Dalton a grandi falcate, cercò maldestramente di proteggerla facendo ostruzione col corpo, ma la stazza superiore dell’altro ebbe la meglio. Piedi fermi al limite dell’area, braccia alzate e un bel tre sull’invisibile tabellone del punteggio.

Deluso di essere stata la causa del capovolgimento, si strinse nelle spalle vergognandosi profondamente di se stesso. Il solito imbranato.

«Non importa! Li recuperiamo!»

James, di fronte a lui, sorrise pacato. Non era pronto a gettare la spugna così facilmente, avevano tanto tempo per risalire la china e a conferma di questo, Oz era scivolato dietro le spalle di Bubblegum, entrato da poco meno di dieci secondi in possesso della palla e senza troppa difficoltà gliela rubò. Troppo lento per uno abituato a correre come lui.

La supremazia venne ristabilita. E di fronte ad un’azione perfetta come quella il ragazzino spagnolo si convinse che potevano davvero uscire trionfanti da quella battaglia. Ecco perché, quando mancavano soltanto dieci secondi al termine dell’incontro, sul punteggio di 60 a 58, Hutton si trovò tra le mani il compito di effettuare il tiro della vittoria. Nessuno di loro pensava alla possibilità di un errore, anzi, gli sembrava già di scorgere il canestro tremare e le facce dei teppisti livide di rabbia.

Il bambino, passandosi il braccio sulla fronte sudata, puntò lo sguardo alla “torre” concentrato e deciso. Non poteva permettersi uno sbaglio. Doveva farcela. Era la sola opportunità per non essere schiavizzato da Simon nel corso di un’intera settimana.

Strofinò entrambe le mani sui jeans. Poi, scambiandosi per un momento un’occhiata d’intesa con gli amici, sfidò il destino.

 

Il pallone, abbandonato in un angolo del cortile, appena illuminato dal biancore di una luna nascente, aveva urtato contro l’anello di ferro e dopo aver traballato per un po’, indeciso se entrare o meno, era rimbalzato a terra, per l’ultima volta, alle sette e quindici, decretando il termine dell’incontro. Punteggio finale 60 a 58. Forse erano stati troppo ottimisti nell’illudersi di poterla spuntare contro quella banda, ma stavano giocando così bene che sperare era d’obbligo. Ogni cosa era filata alla perfezione, persino Luis aveva dato il meglio di sé e da quanto i compagni ricordassero, quella, era stata la prima volta in assoluto.

«Merda!»

Il piccolo De Cordoba camminava nervosamente avanti e indietro. Non riusciva a capacitarsi della sconfitta, gli sembrava la più grande ingiustizia del mondo. Un errore madornale che in qualche modo doveva essere risanato.

Jamie, seduto con le gambe incrociate, disegnava sul campo invisibili cerchietti con le dita, chiuso in un ostinato silenzio. Era toccato a lui il ruolo chiave e aveva fallito. Vuoi per l’agitazione, vuoi per la sua incancellabile sfortuna, vuoi per chissà quale congiunzione stellare, aveva sbagliato. E loro avevano perso .

«Dannazione! Dannazione! Dannazione!»

Chiuse la mano a pugno sbattendola con ira sull’asfalto. Come aveva potuto coordinarsi così male? Che fine aveva fatto il ragazzino destinato a diventare un campione dell’NBA? I tiri fuori area erano la sua specialità, ma la sfera si era spenta nell’angolo. Demoralizzato, chinò la testa in avanti incapace persino di chiedere scusa ai suoi amici. Si sentiva alla stregua di un fallito.

«Ehi non fa niente»

Mark, accovacciato accanto a lui, si accarezzò i capelli biondi cortissimi cercando di trovare le parole giuste da dirgli.

«Pagheremo pegno perché siamo dei veri uomini e alla prossima occasione ci rifaremo»

Frase scontata, ma l’unica che gli venne in mente.

Hutton rispose con una scrollata di spalle. Non aveva voglia di intavolare nessun tipo di discorso. Desiderava soltanto correre a casa, infilarsi sotto le coperte e pregare che l’indomani giungesse il più tardi possibile. Così, quando scorse l’imponente figura di Fernandez affacciarsi sul retro del negozio, si sentì sollevato. Quell’incubo stava per finire.

«Su, andiamo»

La voce alta e profonda dell’uomo risuonò in un eco sordo per il campetto, inghiottita dalle ombre dell’oscurità fattasi più fitta. La temperatura, scesa di diversi gradi rispetto al pomeriggio, aveva ghiacciato i vetri delle auto e mescolandosi con il fiato delle persone lo rendeva visibile in un fumo bianco.

Luis, stringendosi addosso il giaccone, corse dal padre sperando di ricevere un abbraccio di consolazione, ma l’unica cosa che ottenne fu un sorriso ed un colpetto sulla testa. Meglio di niente.

Dietro di lui, in un’improvvisata fila indiana, il resto del gruppetto infreddolito entrò nell’alimentari dirigendosi in silenzio verso l’uscita aperta direttamente sulla 123th strada. Ognuno, immerso nelle proprie riflessioni personali, si domandava come affrontare l’incombente mattino scolastico.

[Requiem] Capitolo 2

Lo stereo abbandonato sul marciapiede sfatto della Lenox Avenue ripeteva le parole della medesima canzone da un tempo incalcolabile. Un ritornello che ti entrava nelle orecchie, tormentava i timpani, scatenando seppelliti ricordi e conosciute paure. La nenia di Harlem. La nenia del quartiere più popoloso di gente nera della metropoli statunitense, molto simile ad una specie di inno di battaglia invitante a guardarsi sempre alle spalle. A tenere una pistola sotto il bancone e ad essere pronto a non tornare a casa.

Anche Fernandez De Cordoba viveva nella consapevolezza di rischiare, ad ogni alba e ad ogni tramonto, la propria pelle. Quando alle cinque del mattino apriva la drogheria, prima di varcare la soglia, restava qualche minuto immobile ad osservare la strada fatiscente immerso nelle proprie riflessioni. Mai sufficientemente pronto a sfidare il destino perché per quanto un uomo fosse degno di chiamarsi tale, la coscienza di trovarsi legato ad una prigione fatta di palazzi semi distrutti, proiettili vaganti, ragazzi inghiottiti nelle ombre della notte, lo faceva restare interdetto, pieno di rabbia e di rancore per non poter aspirare a nulla di più. Per non avere la possibilità di trovare la chiave della cella, aprirla e spiccare il volo. Era per questo che aveva giurato, guardando negli occhi il figlio, di farlo diventare qualcuno d’importante. Un attore, un politico, uno scrittore o un operaio, fuorché lontano da lì. Lontano da quello schifo. Da tutta quella merda che vomitava dalle fogne odore di morte.

Il 4 febbraio del 1960 suo padre, Luis Fernandez De Cordoba, morì. Sedici anni dopo, nella decorrenza della sua scomparsa, il piccolo Luis emetteva il primo vagito tra le braccia di una Manuela commossa ed emozionata. Uno strano scherzo del destino o forse una possibilità di riscatto offerta da Dio a quella stirpe di spagnoli, fuggita dal proprio paese alla ricerca di una fortuna mai trovata. Dare al proprio successore il nome del capostipite rappresentava la speranza che le cose prima o poi sarebbero migliorate. La forza che lo spingeva ad andare avanti comunque e ovunque. Era stato Luis Fernandez ad imprimergli a fuoco nella mente un simile modo di pensare perché riteneva intollerabile vedere la sua creatura cadere senza essere in grado di rialzarsi. Inaccettabile. Una simile eventualità era inaccettabile. E sebbene fosse riuscito soltanto ad acquistare quel locale in un posto dimenticato dalla parte bene di New York, non aveva importanza. Ciò che contava era la firma sul contratto di proprietà. La sua e non quella di un altro. Desiderava lasciare traccia di sé nel cuore della famiglia quando se ne fosse andato. Desiderava qualcosa che riportasse immediatamente alla memoria la sua figura robusta e paterna. Desiderava una semplice e palpabile fotografia a colori.

 

La radio accesa sul canale a distribuzione nazionale ha appena finito di comunicare che l’ondata di freddo piovuta su New York e la gran parte degli Stati Uniti  continuerà ancora per almeno due settimane. La gente è indaffarata a spalare la coltre bianca dall’entrata dei negozi e dai cortili delle abitazioni e in quest’atmosfera da tipico film americano, persino Harlem riesce ad assumere un insolito aspetto sognante. Forse perché il marciume delle vie e dei palazzi è ricoperto dal manto nevoso.

Luis ha trascorso praticamente metà del mattino a liberare il passaggio all’entrata dell’alimentari, borbottando a cadenza quasi regolare, che il governo dovrebbe dare degli incentivi per simili situazioni. Lui deve pensare agli ordini da fare al grossista. Ad aggiustare i nuovi prodotti. A scrivere il listino dei prezzi. Non può fare lo spazzaneve. Fortuna che almeno gli studenti sono rimasti a casa, così ha potuto usufruire dell’aiuto del figlio. Uno che piega la testa e lavora senza discutere, almeno se non c’è qualcosa di cui discutere, perché in quel caso diventa un vero e proprio avvocato. Accusa o difesa non importa. Polemizza a spada tratta su qualsiasi questione non incontri il suo consenso.

 «Giuro che se apri un’altra volta quella bocca te la chiudo a suon di ceffoni». Solitamente è così che l’uomo pone fine ai loro battibecchi. Regge per circa una ventina di minuti e poi crolla imponendo il silenzio forte della sua posizione di preminenza. Se avesse visto Fernandez da adulto sarebbe stato fiero di lui e di se stesso, per non aver fallito come genitore. Ma nel 1960 non conosce cosa gli ha riservato la vita. Pensa che domani andrà a vedere la partita dei New York Yankees allo stadio. Pensa a come convincere la moglie a fargli portare dietro il bambino. Pensa a quanto si divertiranno. Non è certamente in grado di prevedere che il “giorno dopo” non arriverà mai.

«Fernandez! Vieni qui!»

«Cosa c’è pà?»

Con aria interrogativa il piccolo si è avvicinato all’entrata e tirando su col naso, un po’ gocciolante per via dell’aria gelida, attende un ordine, una richiesta o un rimprovero.

Gli occhi scuri dell’uomo lo osservano qualche attimo, come se volessero scrutare oltre quel faccino birichino e capire come sarebbe diventato all’età di trent’anni, per poi  rivolgergli  una carezza affettuosa sulla nuca.

«Va a pulirti, che altrimenti mi tocca sentire le lagne di tua madre per averti fatto tornare a casa con la maglia sporca».

Fernandez sorride. Gli piace tanto quando riceve qualche coccola. Il che, è facile capire, non avviene molto spesso. Il padre ha le sue idee a proposito di educazione ed è convinto che concedere troppi gesti affettuosi al suo “campione” significhi farlo crescere rammollito e mammone. Aggettivi da tenere alla larga dal vocabolario De Cordoba.

Il ragazzino annuendo allegro corre dietro al bancone, prende lo sgabello, ci sale sopra e apre il cassetto dove sa dovrebbe esserci il fazzoletto. Lo afferra, si soffia il nasino e torna a guardare il genitore.

Quel momento non lo avrebbe mai dimenticato. A discapito del tempo che cancella e corrode i ricordi, quell’attimo lunghissimo gli resterà stampato a fuoco negli occhi e nelle orecchie.

Un colpo sordo di pistola. Proiettili che rimbalzano nel negozio distruggendo la vetrina. Cibo e prodotti scaraventati a terra. Il suo corpo indifeso piombato sul pavimento. Con violenza. Senza pietà. E poi il silenzio. Solo silenzio. Silenzio e sangue. Sangue ovunque. Sangue sulla neve. Sangue sugli scaffali. Sangue sul maglioncino di lana cucito dalla mamma. Sangue sul suo amatissimo papà che se ne sta disteso supino. Gli occhi sbarrati in un’espressione di stupore.

Fernandez non riesce a dire nulla. È totalmente immobilizzato a pancia in sotto. Trema vistosamente ma non sa  o meglio non riesce ancora a rendersi conto che quello a pochi metri da lui è ormai un cadavere. Per diversi minuti pensa sia ferito e continua a pensarlo anche quando gli si inginocchia accanto, toccandogli il viso. E ancora quando i paramedici lo portano via, chiuso in un sacco di plastica.

«Così non respira»

Sono le uniche parole che la polizia gli sente pronunciare.

 

Ogni volta che ricordava il passato sentiva il cuore lacerarsi e il dolore di non aver potuto condividere con il padre i momenti più importanti della sua vita lo gettava in una spirale di sconforto e rammarico. C’erano tante cose che avrebbe voluto fare con lui. Come ad esempio andare allo stadio a vedere una partita di baseball. E chissà se la madre, in quell’ormai lontano 1960, gli avrebbe dato il permesso cedendo alle pressanti richieste del marito.

I mesi seguiti alla tragica scomparsa li rammendava come mesi oscuri, costellati di lacrime, imprecazioni fatte persino contro Dio dal quale si sentiva abbandonato ed inutili tentativi di confortare la disperazione della donna. Inconsolabile. Sola. Incapace di reagire.

Ma riuscirono a rialzarsi. Si tennero per mano e ripresero a camminare continuando l’attività paterna, destinata all’unico erede di casa.

Fernandez, aveva racchiuso nelle sue aspettative di bambino, la volontà di laurearsi e d’intraprendere la carriera di avvocato per aiutare tutte le persone oneste che non potevano permettersi una difesa decente. Durante le lezioni scolastiche si perdeva nell’immaginarsi in un rinomato studio legale mentre portava avanti cause più o meno importanti. E se qualcuno lo trascinava bruscamente alla realtà, si ripeteva che presto o tardi avrebbe ottenuto esattamente quanto desiderava. Luis, dopotutto, glielo diceva fino allo sfinimento: volere è potere.

Ma spesso i sogni si infrangono o si perdono chissà dove. I suoi erano morti alla tenera età di dieci anni.

Stanco, sedette dietro il bancone, come se le forze lo avessero repentinamente abbandonato e adagiando il viso su un braccio si volse in direzione dell’entrata. Non c’era molta clientela in quel momento, anzi in generale ce n’era sempre poca, appena sufficiente a mantenere dignitosamente la famiglia. Sopravvivenza, questa, garantita anche dal lavoro svolto dalla moglie. Non amava pensarla con quella sudicia divisa mentre sbarcava il lunario in un’industria siderurgica, preferiva immaginarla impegnata in cucina oppure con Luis a svolgere i compiti di scuola. Appena riusciva a scorgere nella memoria un frammento del sorriso o della dolcezza di Manuela, le labbra si arcuavano in un riso ricolmo d’affetto.

La porta si aprì. A quel rumore trasaliva sempre. Sedici anni non erano niente per dimenticare un assassinio.

Voltò il viso lentamente mentre cercava nel cassetto l’impugnatura della pistola automatica. Quando scorse la sagoma appesantita di Robert Hutton varcare la soglia, lo sguardo divenne duro e contratto, mentre le dita esitavano sull’arma da fuoco.

«Che cosa vuoi?»

La domanda secca ruppe il silenzio mattutino. L’uomo non replicò, restando qualche attimo a fissarlo attonito.

«Allora? Ti ho fatto una domanda!»

Si alzò, mostrandosi in tutta la sua notevole statura.

«È così che si salutano gli amici?»

«Amici? Qui non ne vedo nessuno»

Robert tacque. Si grattò la nuca dando l’impressione di non conoscere esattamente il motivo della sua presenza là. L’odore dell’alcol emanato confermò l’ipotesi. Ubriaco già di prima mattina. Per fortuna che James aveva dormito da loro. Si era risparmiato, almeno per una volta, quella patetica scena.

«Senti…voglio solo una bottiglia di wisky…e me ne vado»

Fernandez non riuscì a spiegarsi, neanche a distanza di ore, cosa lo avesse trattenuto dall’avventarsi addosso allo sgradito ospite spaccandiogli la faccia a suon di pugni. Forse era stato solo il suo buon senso ad impedirgli di farlo. Un buon senso utile a suggerirgli di evitare una denuncia per aggressione da un essere del genere.

Avvicinandosi agli scaffali afferrò uno dei più scadenti liquori. Glielo mise in mano e dopo averlo afferrato di peso lo buttò fuori dalla drogheria. Assistere all’ennesimo spettacolo di una vita rovinata gli dava il volta stomaco. C’era solo da sperare che il figlio non finisse in quella maniera. Avrebbe fatto di tutto per toglierlo da quell’orrore. Sia lui che Luis meritavano un’esistenza migliore. E quando avrebbero avuto l’età giusta quel quartiere sarebbe stato per loro solo un brutto e triste ricordo. Un ricordo da cancellare.

Hutton barcollò avanti e indietro per qualche metro. Poi, riuscito finalmente a riacquistare la postura vagamente eretta, si incamminò via, in quel che restava di una strada mai stata sana.

Il signor De Cordoba restò un momento a fissare il punto in cui era scomparso. Augurandosi ardentemente di non vederlo più, indietreggiò verso l’interno.

 

Quando il sole tramontava Harlem diveniva ancor più pauroso ed inclemente. Le mura in decadenza, gli alberi stecchiti, l’immondizia accatastata agli angoli delle vie, i gruppi di bande rivali pronti a scontrarsi per la conquista di una parte di territorio o per vendicare i propri caduti, le prostitute in attesa di vendersi al miglior offerente, dipingevano nell’aria invisibile i contorni di un mondo fuori dal mondo. Una sorta di dimensione infernale nella quale le madri tenevano in casa i bambini nel timore che se fossero usciti non li avrebbero più rivisti. Ma la situazione di James Hutton era molto diversa da quella degli altri.

Un ragazzo poco seguito che manifesta chiari segni di violenze domestiche. Disattenzione a scuola. Irrequietezza. Isolamento. Scarsa capacità di inserirsi in gruppo. Quando lo psicologo della scuola aveva scritto il giudizio conclusivo della visita condotta sul ragazzino, era cosciente che nessuno si sarebbe presentato nel suo ufficio per discuterne e cercare di trovare una soluzione. Per studenti come quelli il futuro, nella maggioranza delle volte, offriva solo il carcere e una morte prematura. Erano il cibo preferito dai teppisti.

Nonostante tutto, però, non aveva mai visto James lamentarsi, cedere e desiderare di distruggersi nell’ultimo disperato tentativo di ottenere attenzioni. Stringeva i denti e andava avanti sostenuto da chissà quale strana speranza. Diceva di credere in Dio e che Dio prima o poi avrebbe trovato un posto anche per lui. Tutti avevano un posto giusto dove stare. Bello o brutto che fosse. Chissà, magari era tale forza d’animo ad aver spinto il medico a nascondere la cartella clinica dietro la supplica di non chiamare gli assistenti sociali. Era una cosa che andava contro qualsiasi etica professionale, lo sapeva, ma sapeva anche che entrare in un “determinato circolo” di denunce spesso e volentieri fruttava solo guai per il bambino. A quell’età non c’erano famiglie disposte ad adottarli e così finivano per essere sbattuti da un genitore affidatario all’altro. Senza tener conto di Nina. Nina la madre di Jamie, affetta da tre anni, da una gravissima forma di leucemia. La sua unica possibilità di salvezza risiedeva in un trapianto di midollo, ma fino a quel momento non si erano trovati donatori e ormai, date le sue condizioni, le restava poco tempo.

Hutton ne era consapevole. Non si aspettava un miracolo. Desiderava solo che smettesse di soffrire. Ogni sera correva il più veloce possibile tra le vie senza fermarsi, né voltarsi indietro, perché lì uno sguardo di troppo poteva costarti la vita. Correva e arrivato a casa si fermava al centro della sala. Immobile, con le spalle strette e le mani intorno allo zaino consunto.

Si preparava a vederla esanime. Muoveva qualche passo nel corridoio con il cuore che batteva tanto forte da temere gli scoppiasse nel petto o peggio si fermasse, ripetendo sommessamente un ti prego Dio non oggi. Non oggi. È stata già una giornata bruttissima. Non oggi. Ti prego, fino a quando la debole voce della donna non rompeva l’orribile incantesimo. Era viva. Allora gli occhi scuri si riempivano di lacrime, la borsa scivolava sul pavimento e lui si precipitava da lei ricoprendola di baci. Aveva ancora la sua mamma. Il Signore l’aveva ascoltato. E magari avrebbe esaudito anche la preghiera di farla star bene.

«No. Questo non succederà mai. E io mi ci devo abituare»

Asciugandosi le guance rigate di pianto, dialogava con la parte di se stesso che ancora invocava un aiuto del destino, facendola bruscamente ripiombare nella realtà. Nulla sarebbe cambiato. Doveva smetterla con certe stupide richieste. I bambini poveri e neri potevano augurarsi soltanto di farla finita senza troppo dolore. E quel tugurio, se fosse crollato per la forza devastante di un terremoto, lo avrebbe sollevato dallo stress di vivere. Una buona giustificazione per andarsene.

«Com’è andata oggi a scuola?»

James si sdraiò accanto alla donna abbracciandola. Non aveva voglia di parlare. Non aveva voglia di rispondere. Lo premeva esclusivamente di affondare la testa nel suo petto, rannicchiato, illudendosi di essere sereno e al sicuro.

Nina lo guardò addolorata. In quei momenti gli sembrava così piccolo e indifeso! E cosa più straziante era la coscienza che lo fosse veramente. Dieci anni erano troppo pochi per starsene praticamente da solo, agguantando quello che offriva il frigo perché non c’era nessuno in grado di preparare il pranzo o la cena. Troppo pochi per tornare a casa di sera in un quartiere come quello. Dieci anni erano troppo pochi per tutto.

Per questo quando lo sapeva dai De Cordoba, si sentiva sollevata. Li reputava brava gente e con loro non correva rischi. Ma poi riflettendo sul futuro avvertiva freddo. Paura. Incertezza. Chi si sarebbe preso cura del suo bimbo? Come sarebbe cresciuto senza la sua debole guida? L’eventualità di vederlo finire al modo del marito la faceva impazzire. Jamie era una persona con tantissime qualità e lasciare che si spegnesse senza sogni e senza prospettive sarebbe stato un delitto.

«»

«Mmh? Sì, tesoro?»

 «Io me la cavo. Non preoccuparti»

Furono sufficienti queste parole per farle comprendere che la resa era soltanto per i vigliacchi. E lei, per il bene di suo figlio, doveva credere in un domani meno buio del presente.

[Requiem] Primo capitolo.

Luis Fernandez De Cordoba. Un nome altisonante. Un nome da re, anzi, da principe ereditario. Di quelli che abitano in castelli enormi, circondati da una schiera di domestici infinita, dalla postura eretta e decisa, con il campanello di fianco pronto a farlo suonare se avessero avuto bisogno di qualcosa. Qualsiasi cosa. Un the, un vestito o semplicemente di sentirsi dire quanto sono importanti. Quanto gli uomini siano ai loro piedi.

Un’esistenza invidiabile. Luis lo sapeva bene e difatti ogni volta che ne aveva l’occasione deliziava le orecchie dei suoi amici con fantasmagoriche storie di lotte, duelli, dimore sognanti e belle principesse. Le belle principesse ci sono sempre. Biancaneve, La bella Addormentata nel bosco, Cenerentola, l’Angelica dell’Ariosto oppure l’Ofelia di Shakespeare. Ogni racconto che si rispetti e dunque, sia degno di essere chiamato tale, ha al suo centro l’amore e una donna. Nel suo caso, essendo solamente un bambino di nove anni, una ragazzina. Una ragazzina dal volto di Karen Wilson.

L’aveva incontrata per la prima volta nella mensa scolastica, esattamente l’8 aprile del 1985 (ricordarsi alla perfezione tutte le date era una sua grande fissazione, a detta del padre, una mania da curare) mentre si sedeva a uno dei tavoli insieme ad un folto gruppo di compagne.

«Vediamo. Aveva scelto purè di patate e un invisibile pezzettino di carne arrostita perché credo non le piacesse la salsa con cui l’avevano condita». Iniziava sempre così il discorso quando voleva parlare di lei e ormai, a distanza di sei mesi, Mark Twain e James Hutton conoscevano a memoria ogni parola che sarebbe seguita a quella nauseante introduzione. Protestavano i primi cinque minuti tentando di interromperlo, ma poi si arrendevano, perché tanto non sarebbe stato zitto fino a quando non fosse terminata la sua autobiografia. Perlomeno, e questo dovevano riconoscerlo per forza, aveva il buon senso di aggiungerci regolarmente una parte nuova: un saluto rubato, un sorriso appena accennato, uno scontro lungo il corridoio scolastico e la delusione di aver fallito il milionesimo tentativo di instaurare una specie di dialogo con lei.

La vita di un bambino poteva essere davvero dura alle volte. Il loro era un mondo visto dal basso. Un mondo dove gli oggetti e le persone assumevano consistenze enormi e spaventose. Un mondo non adatto a loro.

«Sali su una scala allora». Fernandez De Cordoba avrebbe risposto così al figlio, se si fosse azzardato a reclamare sulla sua abituale tendenza a sminuire i problemi che normalmente gli esponeva nel bel mezzo della cena, preferibilmente quando era concentrato ad ascoltare il telegiornale. Reputava, infatti, che i “consigli” dati distrattamente erano da considerarsi molto più attendibili di quelli “macchinosi” e “studiati” di una classica conversazione familiare. Se non avesse adottato questo metodo, forse, crederebbe ancora che i bimbi nascano in un fiore di campo.

Facile immaginare perché l’uomo reputasse le scuole «una stalla con troppe vacche e pochi pastori», e suo figlio «uno dei vitelli senza padrone». Poco incline a lasciarsi contraddire, era capace di parlare per ore intere su come, lui, si era fatto da solo, su quanti sacrifici aveva dovuto affrontare, sulle vesciche che gli erano venute per il lavoro svolto nei campi agricoli. In fondo i proverbi nascondevano un sottile velo di verità: “tale padre…tale figlio”. E Manuela lo pensava spesso. Tanto che osservandoli non poteva fare a meno di notare la loro incredibile somiglianza fisica e caratteriale. Luis aveva ripreso dal padre gli zigomi pronunciati, le sopracciglia arcuate, il castano dei capelli corti e spettinati, il naso dritto e regolare. L’incarnato olivastro, tipico degli uomini del sud. Tipico di spagnoli come loro.

Ma la cosa più bella di entrambi, era il sorriso. Luminoso. Raggiante. Vitale.

 

«Lo sconosciuto venne circondato da una luce verde che andò a raccogliersi sulla punta delle dita, mentre le labbra sillabarono parole in antico dialetto elfico, quindi, ponendo le mani davanti a sé liberò la magia che implacabile si diresse in direzione della creatura»

La piccola luce accesa sotto il manto delle pesanti coperte di lana illuminava il libro tenuto da Luis mentre, completamente assorto, girava frettolosamente le pagine, incuriosito di conoscere la fine della storia. Affamato di parole e soprattutto di sogni. Sapeva perfettamente che l’ora (decisa senza chiedergli alcun parere) in cui andare a letto era passata da un pezzo, ma l’espediente inventato per non dare nell’occhio e sfuggire ai serrati controlli materni, gli aveva assicurato un abbondante margine di libertà.

«Cavolo. Cavolo. E se me lo fa fuori? No, Egon è il protagonista e i buoni non muoiono mai»

Tacque assorto. Una piccola smorfia di disappunto gli si dipinse sul viso. Non sempre era così. Spesso morivano per lasciare il posto a qualcun altro e magari quello era uno di quei casi da colpo di scena. E lui li detestava i colpi di scena. Ricordava ancora il giorno in cui andò al cinema con i suoi a vedere Bambi e altrettanto nitidamente aveva presente le lacrime trattenute a stento quando la mamma del cerbiatto morì. Ovviamente fosse stato solo non si sarebbe fatto tante remore a piangere, ma Fernandez gliene avrebbe cantate chissà quante. Un uomo tiene il dolore per sé. Chi caspita l’aveva inventato quel detto? Forse nessuno, forse era uno dei tanti modi di interpretare la vita del genitore. Un modo che non gli andava poi tanto a genio.

Proseguì nella lettura quasi tremante al pensiero di poter perdere il suo mitico eroe tanto in fretta. Sarebbe stata una vera ingiustizia e promise a se stesso che se davvero accadeva il peggio avrebbe protestato con l’autrice del romanzo. Una lettera scritta in bella copia, facendo attenzione a non fare errori grammaticali. Magari era meglio farla correggere alla maestra per andar tranquilli.

«Il quale con un’ estrema agilità riuscì a schivarla colpendo l’altro con uno dei suoi incantesimi. L’energia che gli ferì la spalla sinistra ridusse a brandelli il mantello svelando finalmente la sua identità. Come Shinsei aveva immaginato, ferma ad osservare la battaglia a pochi metri da loro, si trattava di un elfo nero»

Sorrise. A questo mondo ogni tanto le cose vanno esattamente come si vorrebbe. È vero, il futuro era ancora molto incerto, ma l’andamento della battaglia lo faceva ben sperare.

«Gli eroi non muoiono mai. Che scemo, è naturale, altrimenti che senso avrebbe la storia?»

Il rumore improvviso di un sasso lo fece sussultare. Restò immobile per alcuni minuti credendo di aver avuto una specie di allucinazione uditiva.

Un altro colpo e stavolta più forte del precedente gli causò un brivido lungo la schiena. Un ladro? Impossibile. I ladri non sono interessati ad entrare nella camera di un bambino.

Ennesimo urto. Le pareti vibrarono un po’.

« È venuto…è lui…è lui…oddio…oddio»

Si circondò intimorito le spalle con le braccia. Il suo incubo peggiore era diventato realtà. L’uomo della notte era venuto a cercarlo. Anzi era venuto a rubargli l’anima. Ed ora? Non sapeva come difendersi. Contro quell’essere dalle fattezze sconosciute non c’erano armi che potessero avere effetto e poi aveva solo nove anni! Era troppo impegnativo per uno alto appena un metro e trenta.

«Luis!»

Spalancò gli occhi in un fremito di puro terrore. Sapeva persino il suo nome! Rimase immobile per un lasso di tempo incalcolabile. Pensò davvero che quella sarebbe stata la fine. E chissà che cose orribili avrebbe commesso il suo corpo senza più coscienza.

«Luis! Idiota ti affacci o no? Sto morendo di freddo!»

L’espressione del ragazzino spagnolo mutò repentinamente. Quella cadenza tipicamente americana della voce, quel modo di parlare spazientito, lo conosceva bene e se lo conosceva significava che non era il Cacciatore. Equazione perfetta.

Sgattaiolò fuori dal giaciglio togliendosi di dosso il piumone e corse alla cassapanca posata contro il muro sotto la finestra. Si sporse sulla maniglia e a fatica (doveva crescere ancora parecchio!) aprì i vetri. Immediatamente una ventata di vento gelido gli sferzò le guance costringendolo a ritirarsi all’interno, scaldato dal tepore della stufa elettrica. Trasse un respiro profondo e si affacciò puntando lo sguardo a terra.

In piedi, con la testa rivolta verso l’alto, c’era James che totalmente infreddolito si stringeva nelle spalle sfregandosi di tanto in tanto le mani.

«Era ora che ti decidessi a muovere il culetto!»

Piuttosto indispettito si muoveva da destra a sinistra, in attesa di ricevere una qualche giustificazione.

«Lo so. Lo so, ma credevo fosse lui!»

«Lui?»

«Sì»

Luis si guardò per un attimo intorno quasi a sincerarsi di non essere ascoltato da nessuno.

«Il Cacciatore di anime!»

L’amico tacque. Forse perché non aveva nulla da controbattere o forse perché ormai era rassegnato a quei vaneggiamenti fantastici. Borbottando tra sé qualcosa di inerente all’effetto deleterio della televisione, si arrampicò attento sulla grondaia. Quando fu dentro, si smarrì qualche secondo nell’assaporare il calore delle mura, apparentemente in grado di sciogliere il freddo del suo cuore.

«Le hai prese di nuovo?»

Divenuto improvvisamente serio e contratto, il figlio di Fernandez chiuse bene le imposte e poi voltandosi verso l’altro rimase in silenzio per ricevere una spiegazione. In realtà avrebbe preferito non chiedere nulla. Le risposte ricevute in quegli anni non gli erano mai piaciute.

«No»

James sedette sul letto gesticolando.

«Voglio dire, me la sono data a gambe prima che potesse suonarmele»

Non dissero più nulla. Entrambi immersi nei loro pensieri. Entrambi consapevoli che affrontare quel “discorso” non li avrebbe condotti né ad una soluzione né tanto meno alla salvezza. Una realtà tessuta intorno come una ragnatela soffocante e perversa non poteva essere rotta con un semplice taglio di forbici. Serviva uno strumento molto più robusto. Un’arma di cui al momento non disponevano, perché in quel quartiere erano poco più di un granello di polvere sulla strada. Perché i “grandi” erano troppo concentrati su se stessi per guardare veramente. Perché c’era la paura, meschina adulatrice degli incubi notturni e insieme a lei l’amara consapevolezza di non poter fuggire.

Luis, tolse la luce e il libro mentre James salendo in ginocchio sul materasso, gattonò vicino al cuscino e si infilò, rannicchiato, sotto le coperte. Amava dormire lì. Si sentiva stranamente al sicuro. Per lui era come tornare a stare nel grembo materno. Tornare indietro e pregare, nel suo intimo, di non essere messo al mondo.

Gli venivano spesso idee simili, soprattutto quando il corpo gli faceva così male da non riuscire quasi a muoversi. Allora supplicava Dio di farlo morire. Non sapeva se lassù ci sarebbe stato un posto per un ragazzino povero e nero, la Bibbia sembrava parlare solo di gente bianca, quindi magari quelli come lui erano cacciati chissà dove. Però quel dove sarebbe stato sicuramente meglio di quell’ora. Di quel presente. Di quell’odiosa casa piccola e stretta che emanava odore d’odio frammisto a quello di sangue ed alcol. Ogni cosa avrebbe cessato di essere. Meraviglioso.

«Senti domani mattina fai colazione da me e poi andiamo a scuola insieme»

«No, non voglio dar disturbo ai tuoi»

«Non dire cavolate! Lo sai che sei di famiglia»

Gli sorrise col suo solito fare rassicurante e Jamie fissandolo, si perse in quei profondi occhi scuri. Se non avesse avuto quel luogo dove trovare scampo con molta probabilità sarebbe finito rinchiuso in qualche orfanotrofio o peggio. Magari, in fondo, poteva considerarsi fortunato. In quella città, che ancora non capiva perché venisse chiamata “grande mela”, c’era chi poteva disporre a malapena dei suoi sensi.

«Scrollo»

“Scrollo” era l’appellativo coniato da Hutton per il fratello acquisito. Non aveva mai spiegato il perché di quel buffo nomignolo. Gli piaceva semplicemente la sonorità delle lettere messe insieme.

«Mmh?»

«Me ne racconti una?»

L’amico emise un risolino di soddisfazione. Lo invitava a nozze. Proprio quel pomeriggio mentre guardava in tv le avventure di Spider Man gli era venuta in mente una storia da sballo, di quelle che ti tengono inchiodato dall’inizio alla fine, ovvero fino a quando non leggi il the end sui titoli di coda.

Piegò le braccia dietro la nuca e con lo sguardo rivolto al soffitto parlò.

 

La porta si aprì. Lo spicchio di luce nel corridoio ruppe prepotentemente l’oscurità della stanza, disegnando sui muri tappezzati di poster ombre dalle forme inusuali e terrificanti.

Manuela, ferma pochi metri oltre la soglia, osservava preoccupata i bambini dormire profondamente raggomitolati insieme. Era successo ancora.

Fece altri passi all’interno e chinandosi su di loro gli rimboccò le coperte. Avrebbe voluto fare di più. Denunciare quell’individuo, vergognoso padre. Annientare la paura. Ma farlo avrebbe significato peggiorare le cose. James, al momento, non aveva alcuna intenzione d’abbandonare il proprio inferno.

Quindi non restava che tacere e aiutarlo a sostenere sulle fragili spalle quel peso ingombrante.

«Era lui vero?»

La voce del signor De Cordoba risuonò nelle orecchie della donna in una carezza gentile e affranta. Annuì, tornando dritta con il busto. L’uomo non aggiunse altro. Ma la mano stretta fortemente sulla gamba, tanto da far diventare bianche le nocche, lasciava intuire il profondo e accecante grido di rabbia spentosi nell’animo.

Indietreggiò un poco e non appena la moglie gli fu accanto si avviarono insieme nella loro camera.

«Quel fottuto bastardo merita il rogo»

«Lo sai che non possiamo intervenire»

Fernandez sbatté con violenza il pugno contro lo stipite.

«Se aspettiamo ancora finirà per ammazzarlo sul serio! E allora cosa racconteremo a nostro figlio?»

«Luis è consapevole della situazione»

«Luis ha appena nove anni! Come puoi credere nella maturità di un ragazzino che ha paura di essere rapito dall’uomo nero?»

«Ha solo una fervida immaginazione!»

«Ma per favore! Non dire assurdità!»

Si sfilò la camicia gettandola sulla sedia accanto all’armadio. Era un uomo irascibile, con le proprie idee ma giusto e onesto. Una delle poche persone pulite rimaste sulla terra. Per i suoi famigliari avrebbe dato la vita senza neppure bisogno di pensarci e forse era per questo che gli riusciva impossibile capire la scelleratezza di quel verme. I motivi celati dietro ad azioni tanto orrende.

Sedette pesantemente sul bordo del letto esausto.

«Tesoro»

Manuela si accovacciò di fronte a lui. Lo guardò con dolcezza e amore nel tentativo di calmarlo. Prima o poi la situazione si sarebbe messa per il meglio. Dio non abbandona mai le sue creature.

«E se invece lo facesse?»

«Lo pensi davvero?»

Indugiò prima di rispondere.

«No»

L’abbracciò tirandola piano a sé.

«No, non lo penso»

La donna accennò ad un sorriso pacato.

Quel lungo giorno aveva avuto termine.

Apertura

Ricordo il calore di un’estate. Ricordo l’afa. Ricordo il silenzio di una casa immersa nel proprio asfissiante tepore. Un quaderno. Una penna. Un pensiero. Quello di un ragazzino dal nome fintamente importante: Luis Fernandez De Cordoba. E poi l’amicizia. Un legame talmente unico da abbattere ogni ostacolo. Da sacrificare se stessi per i fratelli.  Volti. Occhi. Corpi. Passati e presenti miscelati insieme in un caleidoscopio d’emozioni sincere.

È così che è nato Luis. Il mio primo vero libro. Il mio primo vero romanzo. M’è costato due anni e mezzo di lavoro intermittente, tra un esame universitario e l’altro. Tra domeniche trascorse a scrivere anziché a correre. Non so quale effetto possa produrre la sua lettura. So soltanto che sono affezionata a queste pagine e poiché al momento non ha sbocchi nell’editoria, lo posterò lentamente qui sopra. Tanto per dargli la luce. Tanto per donare al mondo le mie sensazioni.

Io mi chiamo Elys. Se volete sapere qualcosa in più di me, vi rimando al mio blog personale:

http://desertidicioccolato.blogspot.com.

Requiem è il titolo della prima parte della storia. Il peso del mondo, della seconda.

Buona lettura.                           

 

 

Foto di Iguana Jo

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